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Il cambiamento nel ruolo del padre, è alla base del disagio giovanile
Educatori e sociologi sono concordi: alla radice del disagio giovanile c’è l’interruzione della catena padri-figli. occorre tornare a insegnare il limite. di Paolo Ferliga
La società contemporanea soffre per la continua riduzione del ruolo e
della presenza del padre nella formazione e nell’educazione dei giovani.
Si tratta di un processo secolare che ha confinato i padri nei luoghi
del lavoro, lasciando alle madri e a un sistema scolastico
femminilizzato il compito di istruire ed educare le nuove generazioni. A
partire dagli anni Settanta del Novecento, poi, l’aumento di
separazioni e divorzi ha allontanato fisicamente molti padri dalla casa
dei figli.
Si calcola che oggi siano circa 8 milioni di genitori
separati, con 140 mia separazioni/divorzi nel 2007, che hanno coinvolto
91 mila bambini e ragazzi. A tre anni dall’approvazione della legge 54
sull’affido condiviso i tempi medi di permanenza dei figli con il padre
sono stimati ancora solo al 18%, rispetto al 72% che i figli trascorrono
con la madre. Eppure in questi ultimi anni qualcosa sta cambiando e
sembra farsi avanti, nella coscienza di educatori e genitori, ma anche
degli studiosi e dei terapeuti, la consapevolezza che l’interruzione
della catena padri-figli sia alla radice del forte disagio espresso dai
giovani. Il grido di dolore che si leva dai figli senza padre e dai
padri cui sono stati tolti i figli costringe la nostra società a
interrogarsi sui guasti creati dall’assenza del padre. Il quadro che
si presenta ai nostri occhi preoccupante. Sempre più spesso studenti
demotivati, figli depressi, giovani che cercano nell’alcool e nella
droga quel piacere che la vita sembra loro non offrire. Il segno che
accomuna il disagio giovanile è quello della dipendenza: dal mercato del
consumo, dalle sostanze stupefacenti e dai farmaci, dalla televisione e
da internet. Dal gioco d’azzardo e dai giochi di ruolo, da una
sessualità compulsiva e dalla pornografia. Ci troviamo davanti al
paradosso per cui la cosiddetta società del benessere, dove tutto sembra
possibile, produce un diffuso e sempre più forte senso di disagio e di
impotenza. L’assenza di limiti crea una sorta di bulimia per cui si
vorrebbe divorare tutto, oppure un atteggiamento di rinuncia spesso
autistico, perché nulla sembra più desiderabile e la vita priva di
interesse e di senso. Di fronte a questa situazione di disorientamento,
lo sguardo degli psicologi e degli studiosi dei fenomeni sociali
comincia a vedere ciò che la sapienza antica, in particolare nella sua
espressione religiosa, ha sempre saputo: senza la presenza del padre la vita è priva di orientamento e il legame sociale si allenta. Come diceva Freud, infatti, la figura del padre è centrale, non solo a livello individuale, ma anche per la psiche dei popoli.
Se la funzione paterna viene meno a livello sociale, i figli rischiano
di non uscire da una posizione egocentrica di tipo narcisistico, una
posizione dipendente dalla madre, vissuta come fonte in grado di
soddisfare sempre e subito i loro bisogni. Proprio aiutandoli a
separarsi dalla madre, il padre trasmette loro il senso del limite,
condizione indispensabile perché si formi una personalità autonoma. L’autonomia,
la capacità cioè di interiorizzazione, la norma, e quindi anche il
divieto, è l’antidoto principale nei confronti della dipendenza. Solo
chi è autonomo è in grado di distinguere cioè tra bene e male, e di
passare dall’egocentrismo all’altruismo, entrando così a fare parte
della comunità. Fin dai primi mesi di vita il padre aiuta il bambino a
diventare autonomo facendolo uscire dal legame simbiotico con la madre,
indispensabile all’inizio ma ingombrante in seguito, perché finchè
resta in esso il figlio si illude che tutto gli sia dovuto. Spetta
dunque al padre dargli il senso del limite, dire al bambino il primo
“no”!, esortarlo a crescere per diventare sé stesso, pronunciare parole
che insegnano a governare i propri istinti. A queste parole devono
corrispondere dei comportamenti, dei gesti concreti. Per questa ragione è
indispensabile che il padre torni a occuparsi dei figli, non nella
veste di seconda madre, di quello che oggi con accenno dispregiativo
viene definito “mammo”. Molti padri oggi lo sanno: giocano di più di una
volta coi loro figli, li portano a spasso volentieri, si interessano
del loro percorso formativo. Non disdegnano di cambiare loro i pannolini
e non si vergognano di dimostrare loro affetto. Ma sentono che il loro
compito richiede anche altro. Sanno che spetta a loro trasmettere ai
figli quel senso del limite e dell’autonomia indispensabili per aprirli
al mondo degli altri e per iniziarli alla vita dello spirito.
L’autore, Paolo Ferliga Insegna Filosofia e Storia al liceo
Arnaldo di Brescia e Psicologia dell’educazione all’Università
Milano-Bicocca. E’ anche psicoterapeuta e saggista: ha pubblicato il
libro:”il segno del padre nel destino dei figli e della comunità”
(Moretti&Vitali,2005) in cui dimostra come l’immagine del padre,
spesso sottovalutata dalla cultura contemporanea, sia comunque
conservata dall’inconscio collettivo). Vai a vedere, nella sezioni libri, questo interessante testo
fonte: comunicazionecondiviso.blogspot.com
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